ExpoArte Mostre di Fotografia

Curatela mostre di fotografia per Expo Arte dei Due Mari 2026

CONNESSIONI | SGUARDI e CONNESSIONI | LINGUAGGI

Dal 26 settembre al 25 ottobre 2026, nell’ambito di Expo Arte dei Due Mari – CONNESSIONI, curo a Messina due mostre fotografiche nate da una riflessione comune sulla fotografia contemporanea e sul nostro modo di rapportarci alle immagini: CONNESSIONI | SGUARDI, ospitata a Palazzo Zanca, e CONNESSIONI | LINGUAGGI, negli spazi di Palazzo dei Leoni.

CONNESSIONI | SGUARDI e LINGUAGGI – Expo Arte dei Due Mari 2026

Viviamo in un’epoca in cui siamo continuamente esposti alle immagini. Ne produciamo e ne riceviamo una quantità enorme, spesso in maniera rapida e passiva, attraverso schermi e flussi che ci chiedono di passare immediatamente da un’immagine alla successiva.

Da questa riflessione nasce l’idea di riportare la fotografia in uno spazio fisico, restituendole ciò che la contemporaneità tende continuamente a sottrarle: il tempo di osservare.

Le due mostre affrontano questo tema attraverso modalità differenti e complementari. Da una parte, un formato e un supporto comuni mettono gli autori nelle stesse condizioni espositive; dall’altra, la libertà di formati, tecniche e materiali permette di esplorare la fotografia nella pluralità delle sue forme.

In entrambi i casi, il visitatore è invitato ad avvicinarsi, allontanarsi, sostare, mettere in relazione un’immagine con quella successiva e costruire connessioni.

CONNESSIONI | SGUARDI

Dialoghi nella fotografia contemporanea

A Palazzo Zanca, CONNESSIONI | SGUARDI riunisce 18 autori chiamati a confrontarsi con un preciso vincolo espositivo: opere nel formato 70 × 50 cm, stampate al vivo su pannello in forex.

Uno stesso formato, uno stesso supporto, uno stesso spazio.

All’interno di questa struttura comune, ogni autore mantiene però piena libertà nella scelta del soggetto, del linguaggio e della propria ricerca. Fotografie molto diverse tra loro vengono così poste sullo stesso piano e chiamate a entrare in relazione proprio attraverso le differenze.

Il formato condiviso non ha quindi una funzione uniformante, ma diventa uno strumento di confronto. È all’interno di una medesima misura che emergono con maggiore evidenza sensibilità, approcci e modi differenti di guardare il reale.

Gli Autori di Palazzo Zanca

Il titolo Sguardi nasce proprio da questa pluralità: non dalla ricerca di una visione unica, ma dall’incontro tra prospettive diverse che, nello spazio espositivo, possono dialogare tra loro e con chi osserva.

In alcune opere lo sguardo si rivolge innanzitutto verso l’interno. In Anima Dimidia Guglielmo Antuono mette in scena parti diverse della stessa persona, riunite in un percorso di trasformazione. Negli autoritratti di Fabrizia Bastino, invece, rifrazioni, ombre e movimento rendono instabili corpo e volto, sospesi tra apparizione e dissolvenza.

In L’attesa Michele Gerace affronta la fragilità dell’esperienza psichica, mentre in Corpi spezzati Ilaria Matarazzo porta la riflessione sul corpo come luogo della memoria e delle trasformazioni interiori. Anche Ivana Politi, con L’attesa invisibile, lavora sull’interiorità attraverso l’assenza e una presenza appena percepibile.

Lo sguardo si apre poi sul quotidiano. Nelle immagini di Giovanni Cassarà l’imprevisto trasforma gesti e oggetti comuni in nuove forme visive. Raffaele Iacono altera la percezione della città attraverso pioggia, luce e accostamenti inattesi, mentre en nico mette in relazione architetture, geometrie e figure costruendo nuovi equilibri dello sguardo.

In La Casa e Uomo di cemento Fausto Di Fidio costruisce interventi simbolici nello spazio, che la fotografia trasforma in metafore di precarietà e condizione contemporanea.

Il tema della memoria attraversa le fotografie di Christopher Messina, dove oggetti e dettagli personali raccontano partenze, ritorni, appartenenza e legami familiari. Anche il luogo può essere riletto attraverso uno sguardo differente: Giovanni Vittorio, con Le cinque dita, restituisce una nuova immagine di Pentedattilo, mentre Filippo Bombaci, in Hanami, mette in relazione la leggerezza di un gesto con la memoria storica di Hiroshima.

Il paesaggio diventa infine un territorio di confronto. In Melissa Lanzo la costa si fa spazio essenziale e silenzioso, segnato dalle tracce dell’uomo; in Rocco Luvarà prevale una visione contemplativa della natura e della luce. Silvio Ruvolo mette a confronto vastità del paesaggio e misura della presenza umana, mentre in Ferruccio Pavesi la figura tende quasi a confondersi con l’ambiente.

Più visionaria è la ricerca di Luisa Montagna, dove volto, acqua e natura si fondono in uno spazio sospeso. A chiudere idealmente il percorso è Renato Zacchia: in Anima dello Stretto corpo e paesaggio si sovrappongono, trasformando lo Stretto in un ponte simbolico tra Messina e Reggio Calabria e in una sintesi del tema della mostra: identità differenti che, attraverso la relazione, generano nuove possibilità di lettura.

CONNESSIONI | LINGUAGGI

Espressione e ricerca della fotografia d’autore

A pochi passi, negli spazi di Palazzo dei Leoni, CONNESSIONI | LINGUAGGI percorre una strada differente.

Qui vengono meno i vincoli di formato, dimensione, tecnica e supporto. Le opere vanno da piccoli formati di fino a immagini di grande formato e presentano modalità di realizzazione ed esposizione molto diverse.

Stampe fine art convivono con procedimenti storici come la cianotipia; fotografie realizzate su pellicola incontrano immagini nate dal digitale e lavori nei quali l’elaborazione digitale entra a far parte del processo creativo. Il bianco e nero dialoga con il colore, mentre carta, cotone e pannello diventano parte della costruzione fisica dell’opera. Alcune fotografie sono esposte a filo, altre incorniciate, altre ancora costruiscono il proprio rapporto con lo spazio attraverso dimensioni e materiali differenti.

La mostra esplora così la pluralità delle forme attraverso cui la fotografia può diventare immagine, materia e presenza.

Gli Autori di Palazzo dei Leoni

All’interno di LINGUAGGI sarà presentata inoltre, per la prima volta a Messina, una selezione di cinque fotografie di Shobha, appartenenti a Geografia dell’Anima – Il giardino come metafora, già presentate nel 2022 in una mostra curata da Letizia Battaglia. Bambine e adolescenti immerse nella natura assumono nelle immagini una presenza sospesa tra realtà e immaginazione: il rapporto con il paesaggio passa attraverso il corpo, i sensi e una dimensione profondamente interiore.

Franco Carlisi presenta Javaivoi, reportage realizzato all’interno di una piccola comunità multietnica che viveva a Grangifuni, nell’entroterra siciliano, nel primo decennio degli anni Duemila. Il lavoro attraversa i temi dell’identità e dell’appartenenza, interrogando la possibilità di costruire identità molteplici, capaci di convivere, contaminarsi e trasformarsi nel tempo.

Con In a Changing Sea, Giuseppe La Spada riflette sulla trasformazione del mare e sul rapporto sempre più problematico tra natura e presenza umana. La plastica, elemento estraneo penetrato nell’ambiente naturale, diventa il segno di una coesistenza forzata con le conseguenze dello stesso sviluppo umano.

Antonella Cunsolo, con Oceano Borderline. Quel che resta del trauma infantile, costruisce attraverso immagini simboliche un percorso sulle tracce lasciate dal trauma, sulla frammentazione dell’identità e sulla complessità della dimensione interiore. Le immagini non rappresentano direttamente l’evento traumatico, ma ciò che può permanere e trasformarsi nel tempo.

In Paesaggio umano, Francesco Mento concentra lo sguardo sul volto, fotografato come uno still life attraverso l’utilizzo della fotocamera a banco ottico. Un particolare piano di messa a fuoco attraversa labbra e occhi lasciando il naso fuori fuoco, producendo una sensazione di estrema vicinanza e trasformando il dettaglio corporeo in una sorta di paesaggio.

Sebastiano Occhino presenta Paesaggi metafisici, una ricerca nata dal recupero di vecchie fotografie su pellicola medio formato realizzate negli anni Ottanta. Attraverso la successiva elaborazione digitale, gli elementi originari del paesaggio vengono isolati, decontestualizzati e messi in relazione con texture ricavate da immagini digitali, costruendo composizioni sospese tra fotografia, memoria e suggestioni pittoriche.

Con L’invisibile riconnessione, Mariangela Tripaldi prende come punto di partenza lo spazio di un carcere abbandonato: un luogo nel quale le connessioni sociali, umane e temporali sono state spezzate. L’assenza, l’isolamento e la frattura diventano così occasione per interrogare anche la connessione dell’individuo con sé stesso, in un percorso simbolico dall’oscurità verso una possibile riconnessione.

Dodo Veneziano, con Brandelli del tempo, costruisce infine una serie di immagini allegoriche attraversata da memorie, miti, superstizioni, rituali e leggende legati alla cultura dell’estremo Sud. Non un racconto lineare, ma una successione di frammenti nei quali spazio e tempo si scompongono e si ricompongono, trasformando ciò che appartiene alla memoria in una nuova materia visiva.

La presenza di ricerche, tecniche e generazioni differenti contribuisce a costruire un percorso nel quale documento e immaginazione, analogico e digitale, osservazione e costruzione, realtà e interpretazione possono convivere senza perdere la propria specificità.

Connessioni e fotografia

È proprio in questa compresenza di tecniche, formati, procedimenti e sensibilità differenti che si definisce il senso più ampio di Connessioni: non ricondurre la diversità a un modello unico, ma creare uno spazio nel quale linguaggi diversi possano convivere e confrontarsi.

Tecniche storiche e contemporanee, analogico e digitale, materia e immagine entrano così in relazione senza perdere la propria specificità. È proprio nella relazione tra queste differenze che la fotografia rivela la propria natura di linguaggio aperto, continuamente capace di trasformarsi, contaminarsi e ridefinirsi.

Due mostre, un unico percorso

SGUARDI e LINGUAGGI sono due mostre autonome, ma pensate come parti dello stesso percorso.

La prima costruisce il dialogo attraverso un elemento comune: formato, supporto e condizioni espositive. La seconda esplora invece la pluralità dei linguaggi attraverso la libertà di dimensione, tecnica, procedimento e modalità di presentazione.

In entrambe, però, la fotografia torna a essere qualcosa che occupa uno spazio reale e richiede una presenza altrettanto reale da parte di chi osserva.

Non soltanto immagini da vedere, quindi, ma fotografie davanti alle quali fermarsi, osservare e mettere in relazione.

Le due mostre saranno visitabili dal 26 settembre al 25 ottobre 2026.