Edifici della comunità Ignazio Cannavò sulle colline di Mili, Messina

Oltre il cancello

Una giornata alla comunità “Monsignor Ignazio Cannavò” di Mili San Pietro, Messina — 2013
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Una comunità affacciata sullo Stretto

Nel 2013 ho trascorso una giornata nella comunità di accoglienza “Monsignor Ignazio Cannavò”, una delle realtà fondate da Padre Francesco Pati nell’ambito di Santa Maria della Strada.

La struttura si trova sulle colline di Mili, nel territorio di Mili San Pietro, poco distante da Forte Cavalli, in una posizione straordinariamente panoramica. Da lassù lo sguardo abbraccia lo Stretto di Messina, la costa calabrese e un lungo tratto del litorale ionico. Un luogo bellissimo, immerso nella campagna, raggiungibile attraverso una strada tutt’altro che agevole.

All’epoca la comunità accoglieva minori e giovani adulti provenienti da situazioni familiari e personali difficili, alcuni dei quali inseriti in percorsi educativi alternativi alla detenzione.

Ero arrivata accompagnando un gruppo scout dell’AGESCI impegnato in una bottega: un’esperienza formativa rivolta a rover e scolte, nella quale l’approfondimento di un tema sociale si intreccia con l’incontro, la testimonianza e il servizio concreto. Un’occasione per conoscere una realtà dall’interno, partecipando alle sue attività quotidiane.

Padre Pati, un incontro che viene da lontano

Conoscevo Padre Pati dagli anni Ottanta, quando era il mio insegnante di religione alle scuole superiori. Era allora un giovane sacerdote, con un modo di comunicare diretto, a tratti spiazzante, ma sempre accompagnato da una profonda umanità.

Rivedendolo tanti anni dopo, ho riconosciuto quello stesso carattere e ho avuto la sensazione che molte delle convinzioni che esprimeva da giovane avessero trovato una realizzazione concreta. L’educazione non poteva limitarsi alle parole: doveva tradursi in opportunità, responsabilità quotidiane e soprattutto nella fiducia che una persona potesse cambiare.

Quel giorno era fortemente influenzato, visibilmente affaticato, eppure non aveva perso nulla del suo straordinario carisma. I ragazzi lo ascoltavano con un’attenzione e un’ammirazione che mi colpirono profondamente. Il suo modo di rivolgersi a loro era affettuoso ma fermo, senza compiacimenti o indulgenze di facciata.

Fra gli operatori c’era anche un uomo che, anni prima, era stato ospite della comunità. Aveva ripreso a studiare, costruito un proprio percorso e scelto di mettere l’esperienza acquisita al servizio di altri ragazzi che attraversavano difficoltà simili alle sue.

La sua presenza mi sembrò una delle testimonianze più significative del lavoro svolto in quella casa. Non una promessa astratta di cambiamento, ma la possibilità concreta di vedere qualcuno che ce l’aveva fatta e che, anziché allontanarsi definitivamente da quel passato, aveva deciso di trasformarlo in una risorsa per gli altri.

La responsabilità delle piccole cose

La comunità aveva un orto, terreni coltivati e diversi animali. I ragazzi, organizzati in turni, si occupavano della loro cura, della manutenzione degli spazi, della cucina e delle pulizie.

I prodotti agricoli e dell’allevamento contribuivano al sostentamento della casa e delle altre comunità gestite da Padre Pati. Ogni attività aveva una funzione pratica, ma anche educativa: imparare a prendersi cura di qualcosa, rispettare un impegno, comprendere che il proprio contributo era necessario agli altri.

Ricordo gli animali, il lavoro nelle stalle, la paglia, gli attrezzi, gli spazi condivisi. E persino un’insolita iguana verde, della quale oggi non saprei più dire come fosse arrivata fin lassù.

Ma fra tutte le cose osservate ce n’è una che mi è rimasta particolarmente impressa.

La proprietà era interamente recintata, eppure il cancello rimaneva aperto.

Una consuetudine, una scelta deliberata che per me quel particolare assunse immediatamente un significato. In un luogo destinato ad accogliere ragazzi con storie complesse, quel cancello aperto mi sembrava esprimere un principio educativo fondamentale: la fiducia.

Non l’assenza di regole, che anzi scandivano ogni momento della giornata, ma la volontà di costruire il rapporto con quei ragazzi partendo dalla possibilità che imparassero a essere responsabili di se stessi.

Fotografare senza invadere

Fin dall’inizio ho scelto un approccio fotografico discreto.

La condizione di minori di molti ospiti, insieme alla delicatezza delle loro storie personali, richiedeva particolare attenzione. Non volevo che la fotografia si trasformasse in un’intrusione nella loro vita, né che il racconto di quella giornata potesse esporli a un riconoscimento indesiderato.

Ho quindi privilegiato le mani, i gesti, le figure riprese di spalle, gli oggetti e gli ambienti. Mani che lavorano, trasportano, puliscono, preparano il cibo o si avvicinano agli animali. Piccole azioni nelle quali si rende visibile l’organizzazione della vita comune.

La scelta di escludere i volti dal centro della narrazione non nasceva soltanto da un’esigenza di riservatezza. Mi interessava raccontare quelle persone attraverso ciò che facevano, senza ridurle alle circostanze che le avevano portate lì.

Anche la cromia partecipa a questa scelta narrativa. I colori sono attenuati, talvolta freddi, con azzurri quasi polverosi, verdi poco saturi e tonalità terrose. La luminosità intensa dello Stretto contrasta con gli interni più scuri delle stalle e della cucina. Di tanto in tanto emergono il rosso di un pantalone da lavoro, il viola di una maglietta, il colore della paglia o la pelle delle mani.

Non ho cercato di abbellire il luogo né di accentuarne gli aspetti più difficili. Mi interessavano la concretezza degli ambienti, le tracce dell’uso quotidiano e la naturalezza dei gesti.

Nella sequenza fotografica, i grandi panorami si alternano ai dettagli ravvicinati. Le recinzioni degli spazi destinati agli animali si sovrappongono all’orizzonte aperto del mare; all’ampiezza del paesaggio rispondono gli ambienti raccolti della casa. Sono contrasti che restituiscono anche la particolarità di quel luogo, sospeso fra isolamento geografico e vita collettiva.

Ritornare a quelle immagini

Negli anni successivi la comunità “Monsignor Ignazio Cannavò” ha interrotto la sua attività residenziale originaria, pur mantenendo alcuni lavori agricoli e di allevamento.

Nell’estate del 2024 Padre Pati ha avviato nella stessa struttura una nuova esperienza, questa volta rivolta a persone adulte con fragilità differenti: un progetto sperimentale di comunità autogestita, nel quale gli ospiti condividono responsabilità e risorse, sostenendosi reciprocamente.

Un’impostazione diversa rispetto a quella che avevo conosciuto nel 2013, ma riconducibile alla stessa convinzione: che ciascuno possa avere qualcosa da offrire, anche quando attraversa un periodo difficile della propria vita.

Oggi pubblico queste fotografie per la prima volta, a tredici anni di distanza.

Riguardandole, ritrovo la luce di quella giornata, l’ampiezza del panorama, il lavoro dei ragazzi e la personalità di Padre Pati. Ma soprattutto torno a pensare alle persone che ho incontrato e delle quali non conosco il destino.

Allora erano ragazzi. Oggi sono adulti, con una vita che nel frattempo avrà preso direzioni diverse.

Non so cosa sia accaduto a ciascuno di loro, né quanti abbiano conservato qualcosa di quell’esperienza. Mi auguro che abbiano trovato la propria strada, qualunque essa sia, e che abbiano avuto la possibilità di costruire una vita nella quale riconoscersi.

Queste fotografie appartengono a un momento preciso del loro passato. Pubblicarle oggi, senza mostrarne l’identità, è il mio modo di conservarne la memoria, lasciando a ciascuno la libertà di raccontare, o di non raccontare, ciò che è venuto dopo.